Quel diavolo di un Keynes. La sconfitta storica del neo liberismo. (Spartaco)
“Che crimine volete che sia rapinare una banca, rispetto a quello di fondarne una?” Bertolt Brecht.
In questi anni c’ spesso capitato di dover assorbire la litania dei soliti intellettuali di provincia ,che le nostre intenzioni di opporci alle privatizzazioni dei servizi pubblici era qualcosa di negativo, e mentre lo ripetevano si poteva intuire un sorriso soddisfatto.Per fortuna non abbiamo mai dato ascolto. Come quel simpatico e ingenuo signore di Martirano Lombardo che, in forza delle parole d’ordine sentite nei telegiornali, ci spiegava che la vendita ai privati di un bene primario come l’acqua era un progresso per l’intera comunit. Chiss cosa diranno oggi, nel pieno del crollo delle Borse, in piazza Matteotti i nostri “intellettuali”, potete scommetterci che ripeteranno tutto il contrario di ci che pensavano, perch oggi cos dice la tv. Dal 1980 abbiamo assistito ad un ritiro dello Stato dal campo sociale, a favore di una privatizzazione selvaggia. Il trionfo del neo-liberismo, dall’era Reagan e della Tactcher, riassunto nel motto “privato bello, pubblico cattivo”. Ci ritrovammo, in quello che Ignacio Ramones defin il trionfo del pensiero unico: il capitalismo occidentale di stampo fordista fu destrutturato, escludendo i limiti al Mercato e imponendosi come unico modo di regolamentazione sociale. La base dell’ideologia liberista affermava che esso non qualcosa d’artificiale ma un’Istituzione naturale(2), e quindi in grado d’autoregolamentarsi; di conseguenza, affermavano economisti e politici di ieri e d’oggi, ogni intervento dello Stato non pu che essere dannoso al raggiungimento della piena occupazione dei fattori di produzione. In pratica doveva lasciar fare (teoria del laissez faire): uscire dal pubblico, privatizzare tutti i settori economici, diminuire controlli e regole sulla finanza. L’imposizione di questo “pensiero unico” ha prodotto uno smantellamento del welfare State, di quello Stato sociale sancito dal New Deal di Roosvelt e dalla nascita delle Costituzioni del secondo dopoguerra come compromesso tra le forze sociali, in altre parole il tentativo di assoggettare ad esse l’economia per rendere compatibile lo sviluppo economico con un ordine sociale “giusto” (Zagrebelsky(3).Il risveglio da questa sbornia ideologica stato brusco: crollo delle Borse, ma soprattutto una crescente disuguaglianza all’interno degli Stati capitalisti. L’esempio evidente di queste contraddizioni l’America, non a caso centro di questo disastro; negli Stati Uniti tutti i tagli fiscali hanno riguardato solo i redditi pi alti, in un sistema statale che non prevede alcun’assistenza sociale, dall’istruzione alla sanit tutto si paga perch tutto in mano a privati, ad imprese. Di fronte a ci il cittadino a reddito medio-basso stato costretto ad indebitarsi. Rimanendo fuori dai tecnicismi e dagli aspetti pi profondi di questa crisi, si pu affermare che il presupposto dal quale tutto parte questo: il fallimento del neo liberismo. Ed proprio su questo punto che sar necessario intervenire.
Si letto in questi giorni di un Fidel Castro orgoglioso della sua economia pianificata. C’ qualcosa di marxista in questa crisi?mah…sicuramente c’ molto di Keynes e della sua lucida analisi del capitalismo(5).Fu il primo a capire l’importanza dell’aspetto psicologico;che era possibile il verificarsi di un’insufficienza della domanda,cosa che era ritenuta impensabile perch si riteneva che ogni produzione genera un reddito d’ammontare equivalente ad assorbirlo;ma soprattutto fu l’unico teorizzare un intervento statale per sostenere la domanda,sotto forma d’opere pubbliche,spesa per infrastrutture,sostegno alla disoccupazione. Ed proprio questa ricetta che si ritiene necessario oggi. Perch se pur vero che le Borse si riprenderanno, altres vero che questa non pi una catastrofe solo finanziaria, ma ormai riguarda anche l’economia reale,che si trova in piena recessione,con una crescita mondiale stimata allo 0%. In pi il piano di salvataggio europeo,costato 2400 miliardi di dollari,avr come conseguenza un aumento della pressione fiscale,con inevitabile caduta sulla curva di domanda. L’uscita dolorosa da questa crisi sancir,come da molti osservato,la rivalutazione del lavoro produttivo. Con l’occasione delle sinistre,ricordando che il piano anti crisi varato dagli stati europei quello inglese cio elaborato da un governo laburista, di riorganizzare le forze sociali ma in particolare di ridisegnare le politiche economiche nazionali incentrate sulla redistribuzione della ricchezza. Il ritorno alla produzione di “cose” non potr che essere “benefico” per le sinistre,se esse saranno capaci di leggere il nuovo cambiamento e occupare uno spazio di rappresentanza.
1)Ignacio Ramones,Il pensiero unico,in “Le Monde diplomatique”,gennaio 1995.
2)per un’analisi dell’ordine giuridico del Mercato Cfr.N.Irti,L’ordine giuridico del mercato,Bari,Laterza 1998. G.Azzariti,Forme e soggetti della democrazia pluralista,g,giappichelli editore,torino
3)Cfr.G.Zagrebelsky,Il diritto mite. Legge diritti giustizia,Torino,Einaudi 1992
3)in Italia art. 42“(…)l’iniziativa economica privata non pu svolgersi in contrasto con l’utilit sociale(…)”
5)per una lettura di Keynes.M.Pivetti,Letture di economia politica vol. 1,Edizioni universitarie di lettere economia diritto.
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